Ogni volta che un verbo si trasforma in sostantivo, sospettare diviene doveroso. La nostra vita, soprattutto quella professionale, si anima nelle azioni e si arena sugli oggetti. I sostantivi sono come i fossili: interessanti, eloquenti, privi di vita. Non fa eccezione la parola “cambiamento”. Essa rimanda a un intero universo di azioni organizzative che divengono praticabili alla sola condizione di recuperarne la vitalità originaria.

All’impresa che intende rinnovare il proprio valore, occorre interpretare correttamente il “cambiamento”, non evento da fronteggiare, ma condizione cui disporsi. Ciascuno di noi, in ogni momento, cambia se stesso, che lo voglia o meno, che lo sappia o lo ignori. E questo cambiamento impatta sugli altri, che lo si veda o no. È difficile intercettare questo flusso – di intenzioni, interazioni, decisioni, insubordinazioni, creazioni – ma si tratta di una difficoltà prioritaria.

Cambiare è un flusso nel quale scorre il valore del futuro; per setacciarlo occorre esperienza, perizia, perseveranza o, per meglio dire, occorre sapere (verbo, non sostantivo). Tutte le metodologie di cui Trivioquadrivio si serve, da 22 anni, abitano questo sapere perché consentono alle persone con cui lavoriamo di prendere posto nel flusso del cambiamento per orientarsi in esso, riconoscere le occasioni evolutive che contiene e orientarlo alla generazione del valore. Questo è, per Trivioquadrivio, il change management, un processo incessante di modificazioni, grazie alla coerenza del quale è possibile ottenere, più che una identità, uno stile che si trasforma di continuo ma rimane riconoscibile nel tempo. La stessa definizione di “persona” che noi offriamo – giacimento ambulante di risorse inesauribili – rinvia all’azione, al mutamento, senza il quale i colleghi sfioriscono e le aziende falliscono.

Cambiare non è solo necessario, è naturale – suggeriamo di non contraddire la realtà con una sequenza di ordini di servizio mal congegnati.