Guitar Zero (Penguin, 2012) è il nuovo testo di Gary Marcus, direttore del Center for Language and Music della New York University. Il titolo del libro si ispira alla popolare serie di videogiochi Guitar Hero, «divenuta famosa per l’utilizzo di una periferica a forma di chitarra, per simulare un musicista mentre suona musica rock, rappresentata sullo schermo da note colorate che corrispondono a dei pulsanti posti sul manico della chitarra» [Wikipedia]. Non ho avuto occasione di mettermi alla prova con questo gioco ma immagino possa essere divertente, soprattutto per chi non abbia mai preso in mano una chitarra, “suonare” Smoke on the water dei Deep Purple o Killing in the name dei Rage Against the Machine, brani must per qualsiasi amante del rock. Divertimento a parte, Guitar Hero offre spunti per una riflessione non banale su alcune dinamiche sociali. Per la precisione, un’analisi delle logiche base di questo software apre il campo a una lettura critica del modo oggi preponderante di guardare all’apprendimento.

Grazie a Guitar Hero è facile riuscire a “suonare” bene e il processo di gratificazione quasi istantanea che il gioco offre è probabilmente il fattore su cui più si basa il suo successo. Suonare una chitarra – così come un qualsiasi altro strumento compresa la propria voce – richiede tempo, fatica, costanza e un coinvolgimento multisensoriale da cui un videogioco non può che restare lontano. D’altro canto, avere a disposizione un software che nel giro di pochi minuti permette, per così dire, di “poter suonare senza saper suonare” rappresenta un immediato e piacevole surrogato del suonare per davvero. Anche se, a ben vedere, il contenuto di questo gioco non è tanto la simulazione dell’atto di suonare, quanto la simulazione di un processo di apprendimento.

A proposito del nostro modo di imparare qualcosa, soprattutto in età adulta, Gary Marcus nota nel suo testo che: «The work it takes to achieve those outcomes, we are meant to understand, is something that should happen quickly and behind closed doors» (pag. 1). Il che equivale a dire che, rispetto all’appropriazione di conoscenze e capacità, le aspettative che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri tendono a minimizzare il ruolo dell’apprendimento, a far finta che per sapere non ci sia bisogno di imparare. Benché lo scopo di queste righe non sia quello di indagare le determinanti antropologiche di un simile modo di intendere l’apprendimento, il solo fatto che un discorso sull’imparare possa prendere le mosse da un videogioco mostra quale sia l’importanza in questo campo della tecnologia, il cui ruolo è ben riassunto da un’altra frase di Marcus: «Ever since the first player piano, circa 1842, there has been a kind of poignancy in training for a lifetime to do what a machine could do in an instant» (pag. 193). Definire la società occidentale “tecnocratica” suona scontato e fuori tempo massimo quasi quanto chiamarla “dei consumi”, tuttavia la metafora del cervello come hardware nel quale “far girare” senza problemi qualsiasi software è tanto diffusa quanto ingenuamente utilizzata. Il libro di Marcus demistifica l’implicito determinismo tecnologico delle attuali “retoriche” dell’imparare e restituisce importanza all’indissolubile legame tra tempo e apprendimento. Nel testo l’autore descrive il proprio percorso fra accordi, arpeggi e scale iniziato, a 39 anni suonati, da perfetto Guitar Zero. Passare da un’interfaccia di plastica – l’esordio da chitarrista di Marcus prende ovviamente le mosse da Guitar Hero – a uno strumento fatto di legno e corde rappresenta il volontario ingresso in un mondo in cui l’apprendimento riacquista il suo senso più autentico. Le osservazioni dello psicologo si mescolano con quelle dell’appassionato di musica e se è vero che la lettura della relazione mani-cervello è il leitmotiv di tutto il libro, le sue pagine instillano nel lettore una progressiva empatia nei confronti dei piccoli passi che in due anni circa hanno portato Marcus a entrare in una dimensione musicale personalmente soddisfacente, legata più al piacere del suonare che non al senso di performance (per un’inconsueta lettura di questo tema si veda questo articolo sulla TACO, cioè Terrible Adult Chamber Orchestra).

 

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Nel libro di Marcus ritrovo alcune riflessioni che mi accompagnano da tempo, recentemente lette alla luce della metafora del jazz in Trading Fours. Il jazz e l’organizzazione che apprende, dialogo in forma di free e-book che ho intrattenuto con Michael Gold di Jazz Impact. Eccone un passaggio:

 

Ho sempre trovato affascinante come la musica, grazie al suo repertorio di strumenti fatti di legno piuttosto che ottone o altri materiali, riesca a essere un mementodella nostra primordiale connessione con pratiche di espressione estremamente immediate e corporee […]. Siamo ormai abituati a districarci fra strutture sociali all’interno delle quali agiamo sovrapponendo molti “software” al nostro “hardware” corporeo. Ciononostante, il primordiale atto di espressione e riconoscimento di identità che parte dalla nostra voce e dal nostro corpo costituirà sempre la base di ogni relazione sociale.

 

Quanto è possibile affermare riguardo le dinamiche di espressione credo valga anche per quelle di apprendimento. L’accogliente fisicità di uno strumento musicale, opposta all’impalpabile palpabilità – mi si conceda questo ossimoro – delle interfacce touch degli apparati tecnologici che ci circondano, rappresenta un potente richiamo all’imprescindibile corporeità che da sempre accompagna ogni processo di apprendimento (divagazione per i più curiosi: si veda a questo proposito il fisico “ruminare” testi dei monaci amanuensi descritto da Ivan Illich in Nella vigna del testo, Raffello Cortina, 1994).

A fianco della materialità c’è un altro tema piuttosto rilevante, quello cioè delle differenti possibilità di espressione e apprendimento offerte da un medium chiuso come un software e da uno aperto come lo strumento musicale. Ho cercato di esprimere questa diversità in termini di confronto fra un mondo di opzioni e uno di possibilità, rappresentati rispettivamente dalle “app” tecnologiche e dall’improvvisazione jazzistica:

 

La musica jazz prende vita nel mondo delle possibilità, non in quello delle opzioni. Nel jazz non ci sono “app”, ma brani che vengono usati come base per l’improvvisazione. E ogni brano, poco importa se uno “standard” o un originale, è una struttura aperta ed emergente che vive grazie alla possibilità – direi anzi necessità – di essere re-interpretata ogni volta in maniera differente.

 

Il vero apprendimento, per quanto mi riguarda ben rappresentato dalla pratica di uno strumento musicale, ha bisogno di tempo e spazio, di un orizzonte aperto di possibilità. Le opzioni, quelle che troviamo in uno qualsiasi dei tanti software che governano la nostra quotidianità, conducono a un apprendimento chiuso e predeterminato, destinato a trovare un punto di arresto. In Guitar Hero, una volta giunti al livello finale del gioco in cui ci si confronta con Bark at the Moon di Ozzy Osbourne, non resta più niente da “suonare”. Con qualsiasi strumento musicale per fortuna accade da sempre il contrario ed soprattutto per questo che provare a suonarlo aiuta a comprendere il valore dell’apprendimento.

 

Dario Villa

29 giugno 2012

 

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