A partire dalla fine degli anni Novanta si è voluto credere che la rapidità dei mutamenti tecnologici rendesse possibile rovesciare il corso dell’evoluzione: si è trattato di un errore. Finalmente è divenuto impossibile parlare di rivoluzione digitale senza ricordare che le rivoluzioni, quelle vere, sono innescate dalla cultura, non dalla tecnologia.

Per lunghi anni le imprese hanno offerto credito (e montagne di denaro) alle società di consulenza che spacciavano intranet, community e social network aziendali come la soluzione a ogni problema. I risultati sono poi stati evidenti: le conversazioni aziendali non aumentano, la leadership non emerge dal basso, l’innovazione non viene generata con continuità.

Non basta proporre ai colleghi un veicolo efficiente per disporli al viaggio, occorre aggiungere almeno una buona ragione per farlo. Le aziende dispongono di strumenti efficaci per favorire le relazioni generative tra colleghi, ma i colleghi non hanno bisogno di una tecnologia più avanzata, hanno bisogno di senso.

Se davvero s’intende servirsi degli strumenti digitali per moltiplicare il valore che l’azienda offre ai mercati, è necessario recuperare consapevolezza rispetto alla sequenza che il cambiamento segue in modo inevitabile. Per prima cosa si ri-orienta la mente (legittimazione simbolica del cambiamento), poi si conformano le relazioni alla nuova direzione (parziale riconfigurazione dei rapporti umani), infine ci si procura gli strumenti per praticare al meglio le novità (protesi artificiali). Prima le persone, poi i processi infine le tecnologie.

Volenti o nolenti, presso la specie umana le cose procedono secondo questa non reversibile sequenza. In ossequio alla naturale sequenza del cambiamento, Trivioquadrivio insiste sul valore della cultura come veicolo della trasformazione. La rivoluzione digitale è rivoluzione culturale; in caso contrario non è nulla di profittevole.