Apprendimento organizzativo: guardare oltre l’emergenza

È sempre prezioso confrontarsi con un gruppo di giovani che aspirano a svolgere l’attività che si frequenta da anni. Le buone domande aiutano a rimettere in discussione ciò che si dà per scontato, nonché a rappresentare meglio – anzitutto a se stessi – le proprie esperienze e i propri apprendimenti. Ringrazio quindi per le loro fertili domande gli studenti del corso in Scienze della Formazione e dell’Educazione dell’Università Cattolica di Milano con cui ho interagito il 29 maggio 2020, esplorando insieme il presente e il futuro dell’apprendimento organizzativo. Ritengo che il dialogo sia stato fruttuoso e per questo ne sintetizzo qui alcune domande e risposte, a beneficio delle menti ingegnose.

Come è cambiata la formazione a distanza con l’emergenza COVID-19?

Ammetto di avere a lungo sottovalutato le caratteristiche e le opportunità dell’apprendimento a distanza. Per quanto riguarda la mia esperienza specifica, l’ho spesso considerata valida principalmente in funzione di un precedente percorso formativo in presenza e, in generale, l’ho sempre ritenuta un contenitore vittima di alcuni dei noti vizi degli strumenti di connessione digitale, su tutti la scarsa empatia e la difficoltà di attenzione che questi mezzi generano. A ben vedere, soprattutto per pigrizia non mi ero mai davvero posto con il dovuto impegno l’obiettivo di lavorare sui citati vizi e, essendomi trovato costretto a farlo dalle condizioni di contesto in cui ci troviamo, soluzioni interessanti sono a poco a poco emerse. Con i colleghi di Trivioquadrivio abbiamo messo a punto in questo periodo nuovi strumenti di confronto a distanza che riescono a fondarsi sui principi più saldi del nostro lavoro in presenza, indirizzando al tempo stesso le istanze di coinvolgimento, empatia e perché no, emotività e divertimento, cui il lavoro a distanza ci impone di prestare attenzione. I risultati sono incoraggianti, spesso sorprendenti.

Quale è stato e sarà l’impatto dello smart working sull’apprendimento?

Lo smart working è uno stimolo di grande cambiamento organizzativo e d’apprendimento personale che parla di libertà e responsabilità. Il lavoro a distanza vissuto da tantissimi in questi mesi non può in nessun modo configurarsi come smart working, anzitutto perché è venuta completamente a mancare la libertà di scelta su cui il vero lavoro smart si basa, in secondo luogo perché è stato praticato – al netto delle aziende già da tempo avviate a questa modalità di lavoro – senza alcuna preparazione e formazione. La cattiva notizia è che si è lavorato spesso male, con conseguenze sul senso di comunità lavorativa e sul morale delle persone che restano ancora da valutare. La buona notizia è che lo smart working, fino a qualche mese fa ritenuto appannaggio solo di alcune imprese, è stato catapultato nella vita e nelle case di milioni di lavoratori, che hanno avuto un assaggio, sia pur non nel modo più adeguato, di cosa significa auto-gestire il proprio lavoro a distanza in coordinamento con altre persone. Questo assaggio rappresenta un’esperienza da non sprecare e anzi da capitalizzare: da domani starà alle imprese e alle loro persone chiedersi se impegnarsi per lo smart working, quello vero. Come consulenti, siamo ovviamente qui per supportarli.

Come può una società di consulenza e formazione non fermarsi?

Non fermarsi in questo periodo ha significato registrare un moto orientato in due diverse direzioni, apparentemente contrastanti ma a ben vedere profondamente legate. Da un lato, abbiamo fatto quello che facciamo sempre, cioè praticare in prima persona l’ingegnosità che abbiamo scelto come nostro “slogan” e sulla quale innestiamo i servizi che portiamo ai nostri interlocutori, sia come Trivioquadrivio che come HI!ACADEMY. Fra le diverse capacità dell’ingegnosità, senz’altro l’ascolto è quella che abbiamo messo molto in primo piano, in particolare abilitando l’apprendimento continuo che sempre ci alimenta e che mai come in questi frangenti risulta fondamentale. Parallelamente, abbiamo agito con senso dell’anticipo, mettendo in atto un’operazione di capitalizzazione dei nostri asset che ci ha permesso di riconvertire e riconfezionare alcuni dei nostri strumenti al fine di ottenerne una configurazione il più possibile rispondente alle nuove esigenze di contesto. Come detto, ascolto e anticipo, sono solo apparentemente contrastanti e si incontrano, insieme all’istanza di abilitazione che soprattutto ci avvicina ai nostri interlocutori organizzativi, sul terreno dell’ingegnosità.

Quale resta il tipo di formazione più apprezzato?

Uno dei “dilemmi” dell’apprendimento organizzativo quello di riuscire a far collimare in modo profittevole la richiesta del committente e il bisogno del cliente finale, istanze spesso non esattamente coincidenti. In questo senso, l’esercizio dell’ascolto è una delle capacità che un buon consulente di processo deve saper utilizzare, in maniera metodica e strutturata per quanto riguarda le fasi di raccolta informazioni e progettazione che danno avvio a una commessa, utilizzando poi senso del tempismo e improvvisazione quando ci si trova, nell’aula formativa, di fronte al destinatario finale. Non nascondo che spesso assecondare i bisogni e le dinamiche d’aula può significare stravolgere un’intera progettazione, cercando al tempo stesso di tenere sempre presente l’input organizzativo iniziale. Un lavoro senz’altro non facile, ma che vale la pensa di praticare perché è esattamente su questo che si fonda il valore del nostro lavoro. Senza entrare nel merito di specifici strumenti e metodologie, credo quindi sia questo il tipo di formazione più apprezzato, anche e soprattutto in questo momento.

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