Complicato e complesso: una distinzione necessaria

Ciò che è umano è anche complesso, intimamente connesso in un sistema di relazioni che si riconfigura continuamente: “tutto è centro e tutto è periferia” pensava Giordano Bruno esplorando una strada che l’occidente ha sacrificato sul rogo in favore del razionalismo che separando e specializzando ogni ambito del sapere portava risultati più rapidi e concreti.

Per riprendere quel cammino interrotto, capace di tenere insieme istanze divergenti e comprendere i fenomeni più interessanti, dobbiamo innanzitutto recuperare una distinzione fondamentale: quella tra complicato e complesso.

Nell’uso corrente trattiamo i due aggettivi complicato e complesso, come fossero sinonimi per indicare la difficoltà di una situazione che non è semplice. Tuttavia i due termini sono solo parzialmente sovrapponibili: per comprendere la differenza del loro significato è utile richiamarne l’origine attraverso altri due vocaboli latini, plicum e plexum, la piega e il nodo.

Complicato è un oggetto che si è fatto meno semplice, piegandosi più volte su se stesso, ha perso la sua originaria linearità. Va perciò spiegato per essere compreso. È composto di molti lati, ma le sue proprietà sono riconducibili alla somma delle proprietà delle singole parti. Per questo può essere scomposto per affrontare e risolvere le sue pieghe singolarmente.

Complesso, invece, indica un oggetto dalla natura strutturalmente composita, un intreccio indissolubile, come il disegno di un tappeto composto da nodi che non si possono sbrogliare senza perderne la forma. Le proprietà dei sistemi complessi non sono, infatti, direttamente riconducibili alle caratteristiche delle singole parti che li compongono: esse sono quel qualcosa in più che emerge dalla loro relazione.

La complessità è il riconoscimento di un’interconnessione costitutiva, che non può essere ignorata senza rischiare di perdersi al suo interno.

 

Quando definiamo una situazione come complicata, rimandiamo quindi a una linearità compromessa solo temporaneamente, per accidente, dalla piega che ha preso il problema; essa può essere analizzata, scomponendo e riducendo l’istanza generale in quesiti più circoscritti da risolvere uno alla volta. Come di fronte a un meccanismo che può essere smontato, per agire su un singolo ingranaggio, e quindi ricomposto per risolverne il malfunzionamento.

Un problema complesso, d’altra parte, non si può suddividere o segmentare senza che si perda, irrimediabilmente il suo senso. Un sistema complesso non è, infatti, la somma delle sue parti: se proviamo a scomporre il suo ordito non otterremo niente di più di un gruppo di fili senza costrutto; solo se lo consideriamo nel suo insieme possiamo, invece, comprendere i principi del suo funzionamento.

 

Il sogno della scienza moderna mirava a ridurre la molteplicità del mondo a poche leggi che lo potessero spiegare. Desiderosi di abitare uno spazio semplice, tutt’al più complicato, prevedibile e quindi in ultima istanza controllabile, abbiamo seguito Galileo e Cartesio fino ad applicare in modo indiscriminato il metodo analitico a qualsiasi oggetto, e soggetto, vivisezionando ogni problema e stabilendo rigidi argini tra le discipline che procurassero a ogni specialista un confortevole stagno in cui operare da padrone in casa propria.

Quando poi, all’inizio del secolo scorso, questo paradigma della semplicità è venuto meno in tanti ambiti del sapere, la giovane scienza dell’organizzazione muoveva ancora i suoi primi passi essenzialmente ispirata da un’attitudine razionalista. La ricetta dell’organizzazione negli anni è poi rimasta la stessa e oggi le imprese disegnate su quei meccanismi di rigida separazione risultano in affanno quando si tratta di adattare le proprie modalità di lavoro alle caratteristiche del turbolento e incerto contesto contemporaneo.

Nelle organizzazioni d’impresa la differenza tra complesso e complicato non può più essere ignorata.

Nello scenario contemporaneo, molti strumenti organizzativi adatti a semplificare e ridurre, uniformare ed efficientare perdono la propria efficacia perché non riconoscono il valore delle connessioni in grado di riconfigurarsi continuamente per adattarsi e inventare soluzioni originali e impreviste.

La complessità è un’opportunità a disposizione di uno sguardo che sa riconoscere il valore delle relazioni. È uno spazio d’azione che può essere abitato dalle organizzazioni che abbandonano i vecchi schemi per riconoscere nuove opportunità di sviluppo. Certo per non smarrirsi in questo nuovo scenario, dove vengono meno i riferimenti tradizionali, è necessario adottare nuovi strumenti e sviluppare nuove capacità di orientamento…

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