Costruire una cultura dell’innovazione, a ritmo di jazz

Esistono “ricette” per l’innovazione organizzativa? Sicuramente no. Altrettanto certamente, è possibile identificare elementi di contesto in grado di promuovere uno stile collaborativo di cui è facile leggere la propensione a un pensiero più o meno innovativo. Pensiamo alla musica: esiste qualcosa di meno innovativo di chi si limita a eseguire – seppur con grande padronanza, precisione ed efficienza – la propria partitura? Ormai molti anni fa, Franco Battiato cantava che «Gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo, simili ai segnali orario delle radio» (Arabian Song, 1980). Questa metafora ci offre uno spunto per interpretare il lavoro nelle organizzazioni: che tipo di innovazione possiamo aspettarci da chi si concentra sulla execution e sulla efficienza dei processi? Quasi sicuramente molto poca. Il paradosso è che sono proprio le organizzazioni che fanno più affidamento sugli “orchestrali” che prima o poi faranno emergere un bisogno di generare innovazione.

 

Ma l’innovazione non si alimenta per magia; chi non è abituato a praticarla difficilmente la svilupperò all’interno di un “progetto speciale” o, per evocare qualcosa che andava di moda nelle aziende una decina di anni fa, generando particolari “stanze dell’innovazione”. L’innovazione si vive e respira tutti i giorni oppure non la si vive per nulla; per capirlo è utile tornare alla musica e pensare stavolta non a degli orchestrali concentrati sulla partitura, ma a dei jazzisti. «L’innovazione è il tuo prossimo respiro», sosteneva nona caso il grande sassofonista jazz Roswell Rudd. Ma perché per una band di jazzisti l’innovazione risulta così naturale? Perché ogni musicista jazz si allena quotidianamente a sviluppare il suo lavoro all’interno di un contesto mutevole e imprevedibile. La partitura rappresenta il trampolino di lancio da cui muoversi verso l’improvvisazione, praticando una condotta orientata ad abitare la complessità nel modo più proficuo.

 

Quali sono gli elementi di una cultura innovativa che possiamo imparare dal jazz? Come ci si muove in un contesto collaborativo che vive l’innovazione non come eccezione ma come regola? Anzitutto, ascoltando. Senza la disposizione di apertura propria di ogni vero ascolto non è possibile confrontarsi con autenticità con il proprio contesto, con le persone con cui si collabora e nemmeno con se stessi. Se si sa ascoltare, allora si riesce anche ad anticipare, cioè a lavorare sull’invenzione e sul tempismo, per arrivare prima in luoghi ancora inesplorati. Quale migliore definizione dell’improvvisazione e insieme, per chiunque lavori in una azienda, dell’innovazione? L’improvvisazione musicale non è, come spesso si intende nel linguaggio comune, un fare le cose a caso. Essa nasce da studio, ricerca e preparazione. E poi viene innescata dall’ascolto, proprio come appena visto. Per questo le aziende non devono temere l’improvvisazione, ma imparare a praticarla con rigore. Ultima capacità fondamentale per muoversi davvero come un gruppo jazz è l’abilitazione, che possiamo considerare come la capacità di mettere ogni collega nelle condizioni di esprimere il massimo di sé in modo ingegnoso. Abilitare significa quindi supportare, dare l’esempio e garantire il giusto spazio per la sperimentazione e l’errore.

 

Le tre capacità ingegnose che abbiamo esplorato (ascolto, anticipo, abilitazione) sono ciò che permette di distinguere un’azienda che pratica davvero una cultura dell’innovazione dalle tante che si limitano a dichiararla a parole. Dal 2010 in Trivioquadrivio mettiamo il nostro approccio formativo Jazz for Business al servizio di ogni azienda desiderosa di imparare a innovare a ritmo di jazz.

 

Dario Villa

Dall’emporio

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