I figli che lasceremo al nostro pianeta

L’emergenza sanitaria ha spinto tutti noi a interrogarci in merito al futuro del lavoro. La natura di questa emergenza legittima interrogazioni radicali, perché ci troviamo all’interno di una crisi ampia sul piano spaziale (pandemia planetaria) ed estesa sul piano temporale (per noi italiani, la crisi dura da ormai dodici mesi).

Non appena avviamo la riflessione sulle nuove forme che il lavoro è destinato ad assumere, ci imbattiamo in numerose nuvole di riferimenti.

C’è la nuvola delle “tendenze accelerate”: la crisi sanitaria ha velocizzato alcuni fenomeni di trasformazione delle modalità organizzative che hanno avuto inizio nel secolo scorso e che ora si fanno più urgenti. Lavoro agile, forme di organizzazione “per obiettivi” e non “per funzioni”. Oggi va di moda etichettare questi riferimenti con la formula “new ways of working”.

C’è la nuvola dello smart working, che si distingue dalla precedente perché fa riferimento a una reinterpretazione della leadership nella quale il capo cessa di agire le tradizionali logiche di “comando e controllo” per offrire ai collaboratori l’opportunità di assumere decisioni sulla base della responsabilità individuale.

C’è la nuvola “green”, nella quale la sostenibilità diviene il riferimento per una rivoluzione culturale che trasforma l’impostazione stessa dell’economia capitalista, da shareholder driven (guidata dal profitto degli azionisti) a stakeholder driven (ancorata al rispetto dei vari detentori d’interesse che agiscono nei mercati).

C’è la nuvola tecnologica, che a partire dal secondo dopoguerra ha imposto all’innovazione una procedura standard (prima la tecnologia, poi il disegno dei processi, infine la formazione delle persone) e che oggi rinnova la propria centralità in ragione dei diffusi appelli alla “transizione digitale” che le istituzioni alimentano, anche per fronteggiare al meglio le istanze di ridisegno dei paradigmi imposte dall’emergenza sanitaria.

Concentriamo i nostri sforzi su queste due P, Pianeta e Profitto. E diamo spazio a una terza, decisiva P: Persone. Ribaltiamo la logica dominante del secolo XX (tecnologie-processi-persone) e disegniamo una nuova catena del valore: cominciamo dalle persone, le singole, specifiche persone che frequentano la nostra specifica impresa.

Disegniamo attorno a quelle persone processi organizzativi che sappiano integrare le ragioni del contesto (ambiente, ecologia, società) con le ragioni del testo(economia, salari, profitto). Non limitiamoci a evocare la sostenibilità delle nostre scelte (quale pianeta lasceremo ai nostri figli?) e facciamoci carico della domanda di complessità che gli umani reclamano (quali figli lasceremo al nostro pianeta?).

Per garantire al nostro lavoro un qualche futuro è necessario un percorso collettivo, articolato, impegnativo. L’inedita coniugazione di complessità e sostenibilità ci fa partire con il passo giusto.

Dall’emporio

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