Immuni, anche al buon senso (sulla percezione dello smart working in Italia)

Della app Immuni si è detto molto, ancor prima della sua pubblicazione. Per alcuni si tratterebbe di un fondamentale ausilio alla prevenzione; per altri di un discutibile ingresso nella sfera del personale, che ci avvicina al modello applicato dalle tecnocrazie che hanno gestito in maniera apparentemente più efficiente il virus (su tutte la Cina). Certo è che, anteponendo fin dal nome l’immunità alla comunità, l’app risulta del tutto coerente con la politica di gestione dell’emergenza sanitaria a oggi condotta nel nostro Paese.

In seguito al suo lancio, di Immuni si sta ora parlando soprattutto riguardo all’infelice scelta di illustrazione che l’ha accompagnata. Non posso che aggiungermi alle voci critiche, cercando tuttavia di mettere in luce un aspetto forse poco analizzato: le ricadute del messaggio lanciato da Immuni sulla percezione dello smart working. La grafica sessista di Immuni rappresenta la punta dell’iceberg di un modo di comunicare che fraintende senso e finalità del lavoro smart. Per assurdo, anche la rapida, irrilevante correzione della grafica non fa che confermarne i presupposti comunicativi. Guardando le due versioni dell’illustrazione in rapida successione, come qui sopra rappresentate, il messaggio che passa è: “così si lavora a casa, con i bambini in braccio (preferibilmente a una donna)”.

Primo problema: si continua a identificare lo smart working esclusivamente con la pratica del lavoro a distanza (la legislazione predilige in proposito l’espressione “lavoro agile”). Quest’ultima dovrebbe essere solo uno degli strumenti offerti dallo smart working (insieme per esempio alla nuova organizzazione degli spazi d’ufficio), finalizzati a un risultato ben preciso: orientare la cultura d’impresa al lavoro per obiettivi e al benessere delle persone. Se si pensa solo al lavoro da casa (per di più oggi in evidente calo di reputazione, a causa della lente deformante del “lavoro a distanza forzato” imposto dall’emergenza), si mostra di aver capito poco o nulla dello smart working.

Secondo problema: si propaganda la pratica dello smart working in modo discriminante. E purtroppo non si tratta di un errore, ma della conferma di una precisa politica comunicativa. Lo Stato ha infatti indicato tempo fa il lavoro agile (Legge di Bilancio 2019) come “priorità” per donne con figli e per persone disabili e/o con disabili a carico e, più recentemente (Decreto Rilancio), come “diritto” – fino a fine luglio 2020 – per famiglie con figli sotto i 14 anni. La grafica Immuni è ben rappresentativa di un approccio che, partendo forse anche dalle migliori intenzioni di supporto, finisce per fare un duplice danno: travisare il valore dello smart working come opportunità di sviluppo per ogni lavoratrice e lavoratore e, soprattutto, aggravare la posizione di debolezza in cui nella nostra società continuano a trovarsi le donne. Chi agisce in questa direzione è immune, prima che a qualsiasi virus influenzale, al buon senso.

È tempo di lasciarci alle spalle le interpretazioni parziali o scorrette e iniziare a realizzare le opportunità di cambiamento culturale offerte dallo smart working. Fra queste, anzitutto offrire a ogni persona, indipendentemente dal suo sesso, pari opportunità di autonomia e libertà nella scelta dei modi di svolgere il proprio lavoro. Questo è il vero senso dello smart working. Personalmente, non mi stancherò di ripeterlo.

Dario Villa – Trivioquadrivio 05.06.20

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