Imprese: per animare la ripresa promuovete il benessere, non la sopravvivenza

La principale chiave di lettura del COVID-19 sembra essere quella dei dati. Fin dall’inizio della pandemia siamo stati quotidianamente sommersi da tabelle e infografiche, spesso aggiornate in tempo reale, contenenti numeri relativi alla diffusione e alla letalità del virus. Segno dei tempi, si dirà, che sembrano ormai nutrire più fiducia più nella potenza comunicativa dei dati che nella loro necessaria interpretazione. Atteggiamento non privo di conseguenze: si potrebbe parlare del diverso spazio dato dai media all’opinione degli epidemiologi di matrice statistica rispetto a quella dei medici; si dovrebbe senz’altro parlare delle conseguenze dell’esposizione a dati di questo tipo rispetto alla percezione del senso di allarme di persone e organizzazioni. Un buon esempio dell’effetto dei dati, spostandoci ora sul fronte prettamente economico, è rappresentato dalle stime di variazione del prodotto interno lordo globale comparse copiosamente sui quotidiani nelle scorse settimane. Eccone un esempio, che evoca una recessione forse più grave di quella del 1929:

È evidente che, soprattutto per le imprese che guardano al loro imminente futuro e si sforzano di capire come uscire dalla crisi, l’impatto di simili dati può generare disorientamento e paura, portando a sviluppare un istinto di sopravvivenza. Ma si può fare impresa mirando alla sopravvivenza e non allo sviluppo? Su questa domanda vorrei tornare successivamente, non prima di una ulteriore ricognizione nel mondo dei dati.

Una ricca categoria di articoli legati al COVID-19 e fondata su largo uso di dati pare farsi ispirare dalla massima ciceroniana “historia magistra vitae” per volgersi a raffrontare quanto sta accadendo con l’impatto economico dei grandi virus influenzali del XX secolo. Fra i vari riferimenti, segnalo un articolo del periodico del terzo settore Vita, basato su stime elaborate da alcuni economisti relative all’impatto economico delle diverse pandemie. Ne traggo le informazioni seguenti:

  • L’influenza “spagnola” (1918-1920) colpì circa 500 milioni di persone del mondo e fece 50 milioni di vittime. In Italia, circa 4 milioni e mezzo di contagi e 600 mila decessi. Il calo del Pil Europeo dal 1918 al 1920 è stato stimato – secondo studi dell’economista britannico Angus Maddison – in una percentuale del 7,8%. Più fonti sostengono, nonostante la diffusione devastante del virus e la sua coesistenza con la prima guerra mondiale, che gli impatti economici negativi furono solo di breve periodo (tanto è vero che, per lo meno in America, essa lascio rapidamente spazio agli “anni ruggenti”).
  • La cosiddetta “asiatica” (1957-1960), ben radicata nella memoria dei nostri genitori e nonni, causò circa 2 milioni di morti nel mondo. In Italia si ammalò una persona su due, quindi circa 26 milioni di persone, con un bilancio di circa 30 mila vittime. Il calo del Pil europeo fu di 2 punti percentuali, senza grandi conseguenze sull’epoca del “boom”.
  • Infine, l’influenza “di Hong Kong” (1968-69), da noi anche detta “la spaziale”, con un milione di decessi nel mondo e 20 mila in Italia, registrò un calo di Pil ancora più basso, del 0,7%. Per inciso, il virus in questione, denominato H3N2, è poi divenuto il responsabile delle successive “normali” influenze stagionali.

Se è subito evidente che ha davvero poco senso fare confronti con l’enorme impatto sul mondo dell’influenza spagnola (anche per via delle sue interazioni con il coevo conflitto bellico), più raffrontabili all’attuale pandemia, almeno dal punto di vista dei dati, appaiono le due successive influenze. La loro analisi sembra condurre a un quesito: come mai allora l’economia non si fermò così drasticamente come oggi? Non è nella (presunta) oggettività di un muto dato che troveremo una risposta a questa domanda. Per comprendere davvero che cosa sta succedendo dobbiamo guardare non alle infografiche ma al nostro vissuto quotidiano, chiederci chi siamo diventati, che cosa è oggi la nostra società e quale ruolo sta giocando in essa la crisi in cui ci troviamo.

Mi allontano finalmente dal territorio dei dati economici per avvicinarmi a quello esplicitamente speculativo della filosofia, in particolare ad alcune note di uno dei pensatori più incisivi di questi anni, il sud-coreano (ma di stanza in Germania) Byung-Chul Han. Un suo articolo (pubblicato prima per L’Avvenire, poi ripreso dalla rivista Gli Asini), esplora questo tema argomentando sul concetto di sopravvivenza da me sopra evocato. Anzitutto, nota Byung-Chul Han, nemmeno la devastante spagnola ebbe conseguenze pesanti per l’economia quanto quelle che stiamo ora prefigurando, per un motivo: come già notato, essa scoppiò durante il primo conflitto mondiale, in un’epoca in cui nessuno avrebbe paragonato, come accade ora, l’epidemia a una guerra o a un nemico. In maniera in parte simile, i due successivi virus si svilupparono in piena guerra fredda, in un’epoca in cui il timore per ben altri tipi di conflitti e nemici pervadeva la società. A essere in gioco oggi è una percezione dell’epidemia completamente diversa, incentrata sui concetti di ostilità e di immunità. Secondo Byung-Chul Han:

«Ora, d’improvviso, il virus irrompe in una società assai indebolita dal capitalismo globale. In reazione allo spavento, ecco che le soglie immunologiche vengono di nuovo alzate e si chiudono le frontiere. Il nemico è di nuovo tra noi. La guerra non la facciamo più con noi stessi, bensì contro un nemico invisibile che viene da fuori […]. La preoccupazione per il viver bene cede il passo all’isteria della sopravvivenza […]. Se la sopravvivenza è minacciata, ecco che sacrifichiamo volontariamente tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta […]. Alla lotta per la sopravvivenza va invece contrapposta la preoccupazione per il viver bene. Altrimenti la vita dopo l’epidemia sarà ancora più orientata alla sopravvivenza».

Di questa ideologia della sopravvivenza siamo vittime tutti, è ora di rendercene conto. Lo sono anzitutto le imprese, che si sono trovate a fermarsi inaspettatamente e la cui ripresa è ora accompagnata da una “burocrazia della sopravvivenza” che, in nome della sicurezza, non solo allunga i tempi di recupero della produttività, ma ci dispone a una separazione sociale di lungo periodo. È urgente chiederci che cosa stiamo perdendo. Le conseguenze di tutto questo vanno ben oltre i dati e le oscillazioni di prodotto interno lordo indicate in apertura. Siamo una “folla solitaria” cui non dispiace troppo essersi chiusa in casa davanti al proprio computer al solo fine di sopravvivere. E non è per niente vero che questa crisi, come molti hanno detto, ci ha avvicinati e ha generato senso di comunità. Siamo più che mai “insieme ma soli”, lavoratori-monade tutt’uno con il proprio terminale ma sempre più dis-integrati quanto allo spirito di comunanza che solo può tenere insieme il lavoro organizzativo. La sopravvivenza impoverisce la collaborazione. Vengono meno la partecipazione, il senso di appartenenza, il piacere e la soddisfazione del fare insieme.

È necessario che le aziende, soprattutto le piccole e medie in cui è la spinta imprenditoriale a poter guidare con libertà la direzione da seguire, prendano posizione. È il momento di capire che l’emergenza va affrontata assumendosi responsabilmente tutto il rischio che essa comporta, con la finalità di rimettere in primo piano il senso di comunità cui questa crisi rischia di dare il colpo di grazia. Non c’è impresa senza rischio. Non è alla sopravvivenza ma allo sviluppo dell’impresa e al benessere delle sue persone che ora è fondamentale pensare. Quali sono i primi passi da compiere? Ho scritto qualche giorno fa sulle implicazioni del lavoro a distanza forzato e sulla necessità di praticare alla svelta una interpretazione corretta e utile dello lavoro cosiddetto “smart”. Quest’ultimo rappresenta la più logica, prima e concreta via di uscita dalla crisi che stiamo vivendo: il benessere lavorativo e personale si costruisce rianimando la partecipazione lavorativa, rendendo le postazioni domestiche non un obbligo ma una scelta, restituendo la libertà di decidere fra esse e il tornare in parallelo ad animare gli spazi di ufficio, presidiando la sicurezza ma anteponendo sempre lo spirito di comunità alla deriva dell’immunità. È giunto il momento di sbloccare le inerzie e fare scelte coraggiose, lungimiranti e orientate allo sviluppo. Come Trivioquadrivio siamo e saremo sempre al fianco delle aziende che decideranno di intendere questa ripresa come un’occasione di rinascita per la cultura d’impresa, sotto il segno dell’ingegnosità.

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