Lavoro e realizzazione personale nella complessità

Legalizzare la complessità significa guardare e ascoltare il mondo intorno a noi nel suo incessante mutamento. Significa comprendere – e non negare – che i flussi di pensiero e significato sono destinati a cambiare continuamente forma. Significa assumere un ruolo attivo e sbarazzarsi di concetti obsoleti e ingombranti per costruire nuove idee generative che aiutino a guardare la quotidianità da prospettive nuove. Un esempio? Lasciamo perdere il concetto di work-life balance (nato negli anni ’80, in un mondo completamente diverso da quello di oggi) e iniziamo a parlare di un “matrimonio fra matrimoni”. Vi spieghiamo come.

Il concetto di work-life balance intercetta un’attenzione per la vita personale sicuramente non priva di valore. Risparmiare un viaggio da casa a ufficio o gestire più facilmente alcune attività quotidiane (la spesa, una visita medica, l’uscita dei figli da scuola) può migliorare la qualità percepita della vita e avere ricadute positive sulla sostenibilità ambientale, altro aspetto su cui le aziende, per lo meno da quando esistono i bilanci di responsabilità sociale, si dicono molto attente. 

Tuttavia il work-life balance […] si concentra sugli aspetti logistico-organizzativi della nostra vita, tralasciando quelli motivazionali legati al senso del proprio lavoro. È su questo punto che l’edificio del work-life balance comincia a scricchiolare. A decretarne la demolizione è, almeno a parere di chi scrive, il fatto che esso si basa su un principio di separazione che mette sui piatti di una bilancia due mondi che ritiene non conciliabili (se così non fosse, non ci sarebbe nulla da bilanciare). E qui i problemi si fanno seri: per quanto appetibile e adatto agli slogan che propagandano lo smart working, il concetto di work-life balance si basa su un presupposto di frammentazione della nostra esperienza che va rimesso in discussione […]. L’idea che esistano la vita e poi il lavoro, percepiti separatamente e quindi oggetto di una rivalità e di una “sfida” che necessita un bilanciamento, mostra oggi tutta la sua inadeguatezza. 

Nel suo The Three Marriages, il poeta e filosofo inglese David Whyte affronta il rapporto fra relazione affettiva, soddisfazione professionale e realizzazione personale, da lui descritti come tre “matrimoni” rispettivamente legati al proprio partner, al lavoro e a se stessi. Dato il tema del testo, uno dei primi argomenti affrontati da Whyte è proprio quello del work-life balance […]. È importante notare che Whyte parla per tutti e tre i campi citati di matrimonio, termine normalmente associato alla sola vita affettiva, quindi indica che si tratta di impegni che, coscientemente o meno, portiamo avanti per tutta la nostra vita e a cui ci “votiamo”. Negare anche solo uno dei tre matrimoni significa – secondo Whyte – impoverirli complessivamente, perché non si tratta di impegni separati ma di differenti espressioni del modo in cui ognuno di noi sviluppa il suo stare al mondo. I tre matrimoni hanno in comune un percorso che prevede un momento di riconoscimento di ciò che davvero vogliamo, cui segue una ricerca, accompagnata da difficili ma necessarie delusioni e infine, a valle del percorso fatto, un rinnovato impegno per la realizzazione della “professione” fatta di fronte a ognuna delle tre aree. Questi i motivi per cui Whyte suggerisce di smettere di parlare di work-life balance e pensare piuttosto a un matrimonio fra matrimoni.

Estratto da: Smart Working per tutti di Dario Villa (LSWR, 2020)

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