Lo smart working come abilitatore di fiducia e responsabilità

In Trivioquadrivio lavoriamo da alcuni anni a una visione olistica del tema smart working, che punti a un proficuo presidio della complessità da parte dell’azienda e delle sue persone e che possa far perno su comportamenti e abilità ingegnose. Siamo convinti che uno smart working di facciata, banalmente incentrato sulle pratiche di lavoro agile e finalizzato ai soli vantaggi di risparmio economico e work-life balance, inquadri solo parte della questione, lasciando fuori i più importanti spunti di cambiamento e sviluppo offerti dal lavoro smart.

 

Quando mi capita di parlare di smart working trovo proficuo mettere sotto esame il suo poco visibile – ma onnipresente – opposto, cioè il “dumb working” ben rappresentato dalle esasperazioni burocratiche delle organizzazioni d’impresa. Il lavoro stupido è quello che, spesso in nome della “semplificazione”, complica i flussi di sviluppo organizzativo irrigimentandoli in procedure che mortificano l’ingegnosità delle persone. Fra i vari riferimenti provenienti dalla letteratura manageriale, trovo particolarmente calzante quello offerto da Mats Alvesson e André Spicer, che nel loro Il paradosso della stupidità (Raffaello Cortina, 2016) definiscono le condotte che qui prendo di mira con una espressione particolarmente efficace: “stupidità funzionale”. Quest’ultima descrive il perverso processo per cui persone ingegnose e piene di risorse vengono a poco a poco inaridite da processi organizzativi che le costringono a comportarsi in maniera banale, prevedibile e in definitiva stupida.

 

Lo smart working esiste esattamente per fronteggiare la stupidità funzionale e lo fa con uno strumento fondamentale. No, non sto parlando del lavoro agile, ma della responsabilizzazione delle persone. Il resto viene dopo. Scegliere dove e come poter svolgere il proprio lavoro è una conseguenza di una presa di coscienza rispetto al proprio ruolo attivo nei confronti dello sviluppo di una azienda. Lo smart working può esistere quando viene messo in atto un circolo virtuoso che prende avvio dalla fiducia dell’organizzazione nei confronti di ogni persona al suo interno. L’ingrediente chiave che permette di far sì che a questa fiducia corrisponda una assunzione di responsabilità è la motivazione della persona. Nel mio recente testo Smart working per tutti (LSWR, 2020) ho messo in luce come solo persone capaci di costruire un percorso di autentica realizzazione professionale possono dare atto a comportamenti responsabili che liberano il loro potenziale ingegnoso. Tale potenziale torna verso l’organizzazione sotto forma non solo e non tanto di maggiore produttività, ma di tensione verso l’innovazione e il profitto. Il che chiude e rilancia il circolo virtuoso.

 

Se inteso come veicolo per abilitare fiducia e responsabilità, lo smart working diviene uno dei principali strumenti dell’organizzazione che non teme di confrontarsi con la complessità. L’azienda ingegnosa è – come amiamo dire in Trivioquadrivio – zainocratica, cioè avversa a ogni tipo di burocrazia. Si sviluppa in maniera plastica, cogliendo all’interno della complessità opportunità che restano precluse alle aziende ignare di essere governate dalla stupidità funzionale. Lo smart working è spia di una organizzazione del lavoro fluida, che si rigenera continuamente grazie ai suoi flussi di dialogo e feedback e che per questo è capace di rispondere in modo ingegnoso anche alle emergenze che posso emergere dal contesto.

 

Dario Villa

Dall’emporio

Articoli recenti