Perché l’improvvisazione serve all’organizzazione?

Mentre scrivo sto ascoltando un’interpretazione del chitarrista Derek Bailey di Stella By Starlight, uno dei più famosi brani “standard” del jazz. Si tratta di un’interpretazione molto interessante, che può diventarlo ancora di più se confrontata con una versione dello stesso brano offerta da Frank Sinatra. Non si tratta soltanto del raffronto fra un chitarrista che suona in solo e un cantante accompagnato da un’orchestra d’archi. Basta un veloce ascolto per accorgersi che entrambi i musicisti suonano il medesimo brano, ma Bailey fa qualcosa in più: improvvisa su esso. Possiamo dire, per usare le tue parole, che Bailey sta “migliorando quello che c’è” mentre Sinatra si limita a eseguire un compito? Proviamo ad ascoltare i due brani una seconda volta: la versione di Sinatra è piacevole e familiare 10 all’orecchio, mentre quella di Bailey può alle volte suonare ostica e dissonante, tanto che spesso ci chiediamo dove sia finita la melodia. Che ci piaccia o meno il risultato, dobbiamo convenire su un fatto: Bailey sta lavorando sul brano esplorandone a fondo il contesto.

 

Cos’è l’improvvisazione? Alcuni luoghi comuni su “genio e sregolatezza” degli artisti portano spesso a pensare che improvvisare nel jazz equivalga a mettere insieme note più o meno a caso. Niente del genere. Per spiegare come funziona l’improvvisazione jazzistica vorrei usare un approccio inusuale e partire da un’analisi delle parole che usiamo. Il verbo italiano “improvvisare” deriva dall’aggettivo latino “improvisus” e questa espressione può essere divisa in “im” (mai) “pro” (prima) “visus” (visto). L’improvviso è ciò che non è stato mai visto prima ed è quindi sconosciuto e inaspettato. Teniamo a mente questo spunto etimologico e torniamo all’improvvisazione di Bailey. Mentre la ascolto sono condotto nel territorio dell’ignoto perché – anche se conosco lo standard Stella By Starlight – non so cosa sta per succedere. Che cosa sta cercando di fare Bailey? L’abbiamo in parte già detto: invece di suonare Stella By Starlight nella maniera più semplice, sicura ed elegante (come ha fatto Sinatra), ha deciso di sfidare sia sé che la struttura del brano.

 

Perché mai qualcuno dovrebbe volontariamente esporsi all’inaspettato? Un musicista jazz risponderebbe che limitarsi a eseguire un brano così come è stato scritto rappresenta un’azione che aspira esclusivamente all’efficienza. Al contrario, improvvisare su un brano aspira al suo continuo sviluppo e, sempre per usare i tuoi termini, miglioramento. Si dice che Bix Beiderbecke, leggendario cornettista degli anni Trenta, una volta abbia detto: «Quello che amo del jazz è che non sai mai cosa sta per accadere». Possiamo immaginare un project manager dire qualcosa di simile? Quando pongo questa domanda in aule di formazione manageriale la risposta che ottengo è sempre un deciso: «No!». È precisamente in ragione di questa risposta che l’improvvisazione del jazz può offrire spunti di riflessione a un manager. Le organizzazioni contemporanee sono chiamate ad affrontare l’inaspettato agendo efficacemente all’interno di un contesto mutevole. Nel far questo possono imparare molto da musicisti che si dispongono volontariamente all’inaspettato al fine di promuovere un cambiamento efficace – e non solo un’esecuzione efficiente.

 

Il contesto definisce quanto è a nostra disposizione nel presente: un ponte da attraversare, un brano da suonare, quattro persone per portare a termine un progetto. Il contesto è quell’implicito “qualcosa” di cui c’è bisogno per poter improvvisare. Un qualcosa che bisogna osservare e conoscere molto bene perché è in continuo divenire. Questa imprescindibile dimensione del cambiamento ci fa capire che, a ben vedere, miglioramento e improvvisazione non sono una scelta ma una necessità. La spinta all’azione in un contesto sfidante, sia nel jazz che nelle organizzazioni, deriva da un elemento cruciale per entrambi gli ambiti: quello dell’innovazione.

 

Estratto da: Michael Gold – Dario Villa, Trading Fours. Il jazz e l’organizzazione che apprende. Trivioquadrivio, 2012.

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